esserestati

domenica, gennaio 23, 2005

 

LA MINARDI È COME BACH
 
Il motore della Minardi che sto ascoltando adesso mi fa lo stesso effetto della Passione secondo Matteo di Bach, “Con lacrime ti seppelliranno”. Dopo il diluvio di ieri oggi è una giornata asciutta, piena di sole, con il cielo pressoché lindo, pulito. Potevo dormire ancora, ma mi sono svegliato alle sette e un quarto per essere qui a Misano Adriatico, in località Santa Monica, alle nove e mezzo: in venti minuti ci si arriva. Oggi niente lavoro il mattino, solo una riunione nel pomeriggio. Misano Adriatico non si lascia comprendere bene perché è distribuito in piccoli centri di cui non si sa bene di quale Comune facciano parte, dove comincino e dove finiscano. Occupa una zona di interregno tra Riccione e Cattolica, dove si trovano tutte le cose e le persone che lì non trovano più ospitalità, ancora c’è il segno di qualche attività contadina, di abitudini abitative dell’entroterra appenninico. Non sembra neppure di essere al mare, c’è sempre un discreto traffico sia d’estate che d’inverno, un movimento che ha una sua continuità nei trasferimenti per il lavoro lungo la nazionale, nei furgoni che consegnano le merci ai ristoranti e ai negozi, insomma nella cose della vita quotidiana. Le numerose rotonde che le amministrazioni pubbliche hanno sistemato in ogni centro della Romagna permettono di entrare meglio dentro il paese, di curvare verso un centro sociale o commerciale, di virare presso una edicola con bar, agevolano persino il pensiero della sosta per il carburante, lo inducono avvicinandoti al viso del rifornitore di carburo che ti guarda dal suo freddo.
Anche ieri con la pioggia e il nevischio il quadro ambientale non mi sembrava troppo diverso; mentre lasciavo la neve nei campi alle spalle per giungere qui avevo l’impressione di affondare in una umanità più vivace e accogliente, quasi allegra. Le prove erano finite ma ho trovato un tecnico gentile che mi ha fatto entrare nei box a guardare il lavoro di fine giornata. C’era lì anche una persona che avevo già visto, un medico dell’ospedale, mi sono ricordato poi, un chirurgo che mi ha tolto un pezzetto di carne da esaminare, era interessato ai guanti e alla manualità dei meccanici sul motore.
Oggi c’è il sole e si sta meglio, anche il freddo è quello buono. Appena arrivato mi sono sentito autorizzato ad entrare nei box vista la confidenza di ieri pomeriggio. Mi hanno guardato e basta, anzi l’addetta stampa, unica donna, mi ha riconosciuto e sorriso. Mi sono subito immerso nell’immensità del motore che veniva fatto girare per qualche secondo e poi spento subito. L’odore dell’olio addolciva tutta l’aria. Il pilota si è fatto vedere con la tuta, hanno sistemato il sedile e messo le termocoperte alle gomme per riscaldarle. Forse mi avranno scambiato per uno della stampa visto che avevo la macchina al collo.
La prima cosa che hanno verificato è stato appunto il motore. Ma che cosa è un motore? A cosa serve un motore? E tutte questi uomini che lavorano bene, che hanno gli occhi ancora assonnati come me, per loro che cosa è una auto da corsa? Uno strumento della scienza applicata o una dolce creatura da accudire e sistemare che profuma d’olio? Ieri sera hanno smontato un motore che era stanco per metterne uno fresco; hanno controllato ogni vite; hanno stretto tutti i fili e i tubini con minuscole strisce di plastica che vengono strette con le pinze per poi essere amputate delle eccedenze inutili; hanno controllato i freni; hanno attaccato il nuovo motore, con la scritta “ok” sullo scarico, al telaio che ospita il pilota, proprio dietro la sua schiena a dieci o venti centimetri o poco più di distanza, perché lo possa sentire bene, come e quando si muove. Chissà se arrivati a casa hanno prestato uguale cura alla manutenzione di qualche affetto famigliare. Di certo penso che io non l’ho mai fatto. Ora ritrovano questo scheletro di metallo dove l’avevano lasciato ieri sera, già vestito con la plastica nera, immobile su due leggeri e piccoli cavalletti squadrati che farebbero fatica a reggere un televisore. Io li osservo, separato da una “barriera di cortesia” nera da questa macchina che sta ferma e che mi fa paura, che è capace di gridare e pensare. Mi sembra una macchina molto intelligente e paziente, una macchina che non ha mai vinto ma che ha sempre corso. Non riesco neppure a guadare dentro l’abitacolo, a vederne il fondo, il posto del cervello e dell’anima. C’è il piantone dello sterzo sul quale provano ad inserire il volante con un gesto semplice e delicato: le luci rosse dei contatti si accendono quando il motore viene provato per cinque secondi. In fine dei conti è tutta opera dell’uomo, è solo musica che deve essere fatta suonare, come Bach, “Signore rimane la nostra gioia”.
Il box resta semichiuso sino a che i commissari di pista non espongono al vetro una bandiera verde. Si gira. Il pilota è israeliano, Nissany, ecco perché ho avuto accanto per tutto il tempo due operatori della televisione d’Israele. Si sta preparando ad entrare. Vengono scoperte le gomme. Una volta dentro l’abitacolo l’ingegnere gli detta dei numeri che programmano i comandi sul volate, poi gli dice qualcosa via radio tipo “buona fortuna”. Esce piano dal box e si capisce che la potenza da controllare deve essere tanta, si sente il rumore di un meccanismo programmato per esprimersi a pieno giri e che fatica a fare il primo passo. Mi fa paura a dire il vero. La barriere di cortesia viene allungata, ho solo la possibilità di saltarla e di avviarmi verso la pista, verso il muretto del box. Lo faccio e nessuno mi dice nulla. Mi affaccio alla pista e vedo sfrecciare la macchina solo per un momento, prima che scompaia dietro la curva. Dopo si sente solo il silenzio della mattinata e il rumore ora lontano e ora vicino del motore. Ripassa ancora davanti al muretto per cinque volte poi rientra. Arriva piano sin vicino a me e lascia spegnere il motore. Il pilota incrocia le braccia e il capo meccanico gira il volante dell’auto mentre altri tre la spingono dentro.
La pausa mi riporta alla pigrizia del vivere. Mi sono esposto così tanto dal muretto sulla pista che sento il bisogno di tornare indietro, comincio a sentirmi un intruso. Riguadagno la barriera di cortesia e salgo le scale che portano al tetto dei box. Vi trovo una coppia di fidanzati, il lui mi chiede se si può andare ai box, rispondo assolutamente no per difendere la mia esclusività, se ne vanno dopo qualche giro. C’è anche il chirurgo di ieri, che apre i giornali nelle pause che i meccanici impiegano tra un turno giri e l’altro, legge “Il riformista”. Compaiono infine tre studenti con gli zaini della scuola, pieni di adesivi, avranno sì e no diciotto anni, due fanciulli e una ragazza, che sembra appena più grande. Tutti sul tetto del paddock a scaldarci al sole, a guardare dentro il motore della Minardi che ci passa sotto gli occhi. Oggi è una pausa della vita, non ci sono regole e competenze e ci piace così questa piccola libertà. Non ci sono regole e competenze, ma ascoltiamo un pensiero che è fermo lì al muretto del box.

postato da diavolorosso gennaio 23, 2005 11:00 | commenti (11)