mercoledì, dicembre 29, 2004
Kelsen e la “sarachina”
Il giovedì il pesce arriva anche in collina nelle piazze dei piccoli borghi da mille abitanti tutto compreso, minuscole frazioni di dieci case al massimo e extracomunitari regolari o clandestini nonché animali domestici, portato dai pescivendoli della riviera adriatica. Da mia suocera lo portano invece il martedì e quando capitiamo, dopo la scuola, ci fa sempre gli spaghetti col pesce e le canocchie al forno. Una volta, quando Bartali andava e Berta filava tanto per intenderci, lo portavano addirittura in bicicletta con una cassettina messa sul davanti. Il mio pesciaiolo ha invece un Volkswagen libertario bianco con le strisce rosse: uno di quei pulmini tedeschi adattati a viaggiare in maniera colorata, che con tutto quello che consumano hanno un impatto ecologico di poco inferiore a una discarica.
La mia genitrice femmina mi ha insegnato a suo tempo a pulire le seppie, gli sgombri, i merluzzi, le orate, i moletti, le triglie, che si chiamano in verità roscioli per il colore rosso, poi i sardoncini. Il corso è stato impegnativo e lungo, la mia insegnate mi riteneva inadatto al ruolo, ho dovuto faticare a convincerla che mi poteva essere utile comunque, che non si sa mai, che è bene che un uomo si arrangi oggigiorno a fare tutto, perché si può anche stare soli o ritornare ad essere soli. Uso i guanti di gomma, gialli rosa rossi con o senza cotone interno, e mi innervosiscono le budelline dei pesci sul lavello.
Mia moglie l’ho conosciuta poco a poco al bar della scuola. Il giovedì le preparo il persico o il merluzzo, a volte le lesso un polipo da preparare in insalata, per me invece la sarachina è il massimo, condita con la mollica del pane e il prezzemolo. La sarachina avrà anche un nome vero e proprio di battessimo scientifico e tutto in regola nel mondo degli animali del mare, il nome con cui l’avrà chiamata Noè per farla salire nella piscina delle bestioline d’acqua salata sul barcone. Ma questo pesciolino azzurro una volta uscito dal mare e giunto sulle graticole dei romagnoli è stato chiamato così, sarachina o saraghina punto e basta, un vero culto. Lo mettono anche nella piadina, e secondo me ci sta molto più dignitosamente della nutella o dello stracchino con la rucola. Sarebbe interessante approfondire l’etimologia, forse deriva da “saracco” che è un pesce più grosso, la sarda classica. Da accostare anche al prezioso brocardo “ti do quattro saracche”, cioè delle sberle, delle spiattellate contundenti.
La preparazione con la mollica del pane è davvero idonea a suscitare nervosismo, isteria, dispepsia e crisi di panico nei soggetti sensibili, per via del fastidio che prende nel vedere la cucina sporcarsi. Comincia la mia fatica di tenere pulito e volere il pulito mentre si imbratta, anzi proprio perché si sporca, come se si dovesse comunque procedere con ordine anche nel disordine. Le vasche il ripiano di inox diventano una specie di mattatoio, sanguetto ovunque, ma attenzione a non farlo finire nello scarico, anzi meglio posare giornali o carta per raccogliere tutto. Il pane grattato si infila poi ovunque e si semina sul piano di lavoro, ma attenzione al barattolo quando lo si versa, da prendere con le mani asciutte e pulite sennò va lasciato fuori dal frigo per la ulteriore pulitura. Poi l’olio da prendere per bagnare la mollica e farne una cosa omogenea e governabile, adatta ad attaccarsi al pesciolino e a non mollarlo più per tutta la cottura e per tutta la vita. Ma attenzione alle mani quando si apre lo sportello della credenza per prendere l’olio, mica vorrai aromatizzare al pesce tutte le insalate prossime venture. Poi l’erbetta o prezzemolo che se non stai attento è già seminata in minuscole parti per tutto l’ambiente, peggio di un virus invisibile: tagliarla con le forbici va bene, ma stai sopra il piatto della mollica e pulisci la lama delle forbici con la carta prima di metterle nel lavandino. Adesso si deve smastricciare il pane l’olio e il prezzemolo per farne regale adorno da sarachina o merluzzetto. Poi si prendono i pesciolini e li si infarina bene, li si unge bene. E il piattone va messo in frigorifero, quindi ispezionare i bordi che non contengano sporgenze di impiastro di pane, che vanno a finire nel formaggio e negli affettati. Se le regole sono state rispettate in pochi minuti si può ripristinare la legalità in cucina, e le mani dovrebbero essere salvate. “Tesoro (con ironia) vado a cuocere, accendo il grill!”.
Al bar della scuola non era di giovedì e non abbiamo mai mangiato pesciolini. Mia moglie ha avuto il merito di non stancarsi dopo le prime due o tre telefonate, non ha inventato scuse non mi ha spedito sms di cortesia non mi ha mai fatto il pistolotto sul conteso amichevole, mi ha chiesto invece di andarle a prendere il figlio alla scuola materna ogni due martedì. Non aveva altro da chiedere al mondo che non quel favore pomeridiano, non sperava altro per sé, non desiderava nulla di più, nemmeno me voleva nemmeno la mia cortesia, solo il figlio a casa ad un’ora giusta per uno di quattro anni. Non si accorse neppure tanto di me. Non sperava nel principe azzurro e neppure nell’uomo che ti prende e ti porta via con la macchina lunga blu veloce, vestito di blu lungo e veloce, che conosce tutte le capitali mondiali eccetera, lei non sperava niente e non voleva niente da me. Mi disse che si era accorta che le volevo bene perché non ci provavo, che non è proprio vero perché insomma il giusto ci provavo ma ci provavo. A pranzo con i protosuoceri non è che potessi osare poi tanto.
Uno di questi giovedì abbiamo aperto il dibattito, la sarachina era avvincente e abbondante. Ma se non ti eri accorta di me, le ho chiesto, come hai fatto a finire con me? Come è accaduto? Le ho chiesto se per caso fosse vera la dottrina del “piano piano”, la teoria gradualista e riformista che si parte amici e poi si arriva via via alla camera da letto. No, ci siamo detti di no. La socialdemocrazia va bene per l’Ulivo, forse, ma Saragat Nenni e Bernstein non c’entrano. Allora vale il leninismo rivoluzionario? Una elitè ben scelta, una classe dirigente solida e matura che conduce il popolo sui materassi. Niente di così difficoltoso e impegnativo, niente disciplina rivoluzionaria e necessario avanzamento della prospettiva storica. Chi ce lo aveva il progetto storico in testa, mi fa, forse tu e io? No, scartiamo anche Togliatti dunque.
Hai presente Kelsen, il giurista, mi fa? Certo. Ecco, prendi la Grundnorm, la norma fondamentale. Ogni norma giuridica ha bisogno di una norma fondamentale la quale conferisce validità a tutte le norme giuridiche, direttamente o indirettamente, ma essa non è creata da nessuno, la norma di tutte le norme non è posta da nessuna autorità ma obbliga tutte le autorità, produce tutte le norme. Ecco, quando noi ci siamo conosciuti abbiamo subito trovato la nostra norma fondamentale. Abbiamo agito come se dovessimo stare assieme e rispettarci pur senza essere insieme. La norma fondamentale non la pone nessuno, non la decide nessuno, è lì e basta e obbliga tutto l’ordinamento: e noi l’abbiamo trovata al bar, quella mattina che mi hai parlato. Cosa dice Kelsen di essa? Che può essere una semplice ipotesi o una semplice finzione, non importa se c’è, ma che ci si comporti “come se” ci fosse. Cosa avevamo da porre o da decidere lì davanti al nostro tè verde, niente solo il niente che più niente non si può! Ogni atto del nostro personale ordinamento giuridico, mi spiega e io già la rincorro con la graticola per casa, compresa la tua sarachina non esiste senza quella norma fondamentale che non è altro che il sentire il nostro sostanzioso niente.
domenica, dicembre 05, 2004
SANTA MONICA
Il fatto è che sono poche le giornate di freddo così secco. Per lo più giorni umidi, incerti e indecisi. Temperature e condizioni climatiche che non aiutavano le ferite dei pazienti a suturarsi perfettamente. Provò a convincersi, senza serietà, che quella era la ragione vera dei recenti insuccessi in sala operatoria. Ormai gli riservavano solo le appendicectomie e qualche piccola esportazione di tessuto, nevi da verificare o piccole ghiandole sebacee in suppurazione. Ma capitava sempre che al momento della sutura finale gli interventi si complicassero. Era già accaduto di dovere ricorrere all’aiuto di un altro chirurgo di sala o addirittura dalla corsia.
L’insonnia gli complicava ancor più le cose, rendendolo indolente e stanco all’inizio della mattinata. Aveva scelto medicina convinto della possibilità di fare fronte al dolore, di controllarlo attraverso la ragione e la scienza, o quanto altro di illuminato poteva esserci nell’esperienza umana. Pensava a questo mentre si lavava le mani nello spogliatoio, e confondeva quell’ottimismo giovanile con la schiuma del sapone sanitario, disinfettante e neutro. Il ragno era sempre nell’angolo in alto a sinistra. Lavare le mani, prepararsi alla manutenzione di un corpo, togliere ed aggiustare, sanare, riordinare. E poi cucire, chiudere. Lavare di nuovo le mani. Da qualche tempo però le cose rimanevano aperte, non si chiudevano più, come le ferite del suo bisturi.
Aveva chiuso l’armadietto e preso la giacca. Mentre scendeva le scale bianche pensava a come impiegare il pomeriggio. Trovava molto accoglienti i centri commerciali, in cui si sentiva protetto dall’anonimato. Entrando in auto aveva visto un trafiletto che annunciava le prove della Minardi al circuito di Santa Monica a Misano Adriatico. Senza crederci troppo, “chissà a che ora cominciano, magari è solo il mattino, poi girano poco”, aveva deciso di andarci, “tanto si allunga di poco la strada”. Al semaforo sulla statale, fermo per svoltare a sinistra, aveva abbassato il finestrino per ascoltare la strada. Ebbene, lo aveva colto il rombo di un motore, e subito la frenesia di andare, di vedere, di esserci, la voglia di correre che gli faceva sopportare come un dolore il colore rosso del semaforo, che non diventava mai verde. Così come erano delle lumache le auto che lo precedevano, e dovevano semmai scansarsi e lasciare correre le urgenze.
L’autodromo si presentava vuoto, l’intero parcheggio vicino ai box completamente libero, ci saranno stati sì e no circa dodici paganti, sparsi sui bordi della pista, che erano raggiungibili con le auto usando le stradine interne lasciate aperte insieme ai cancelli. Due famiglie da tre intere, un padre con figlio, una coppia di cinquantenni abbondanti, di San Marino, con la ferrarina gialla, il cui componente maschile chiosava al telefonino, riferito ai camions neri della Minardi, “sono sette pezzi, sei più uno”, uno infatti era il tir della Bridgestone, per le gomme.
Era adesso nei pressi di una curva secca e molto impegnativa, alla fine del rettilineo. La “Minardina” arrivava all’improvviso sbucando dalla tribuna, con un rumore violentissimo, che andava direttamente a finire nel suo stomaco vuoto e tormentato dalla nausea. Il casco del pilota era grigio con una tigratura in nero, e si intuiva quasi la figura umana dentro l’abitacolo. I colori della auto erano bellissimi, ma il rumore staccava ogni cosa dalla realtà imponendosi su tutto. Una violenza assoluta, il grido della meccanica di precisione, della ingegneria, l’espressione libera del metallo che spuntava dalla carrozzeria. La sua ansia si concentrò tutta in quell’aria così chiara e decisa, come se ci fossero solo il suo stomaco e quella sferragliante macchina che gargarizzava le marce prima della curva, per partire poi veloce lungo il rettilineo sino a perdersi a tutti i sensi, alla vista come all’udito e all’olfatto. Perché anche l’odore si sentiva bene, stando attenti. Le macchine sono diventate poi due, con due rumori diversi. Due staccate diverse, un pilota un po’ prima e l’altro dopo, sino a sotto la curva, quasi dentro anzi.
Dal terrazzo sopra i box, riservato alla stampa, ma aperto per l’occasione a quel manipolo di esseri umani, si vedevano le colline della Romagna, con la Rocca di Montefiore e Gemmano. Il sole riscaldava. Dopo tre giri le auto rientravano sotto gli occhi dei presenti ormai tutti riuniti. Il motore veniva spento dai piloti mettendo il muso contro il muretto del box; i meccanici le rinculavano dentro, e nello spostarle con attenzione si sentiva un piccolo rumore, quasi di plastica o comunque di roba leggera, come se spingessero un passeggino ai giardini. L’odore delle gomme, dell’olio, della benzina, riempiva in un attimo l’aria di un sapore dolciastro. Le carrozzerie, con gli alettoni aerodinamici erano a disposizione dei meccanici e dei tecnici che lavoravano dentro. Guardò loro le mani, per vedere se operavano con i guanti o a mani nude, per verificare se erano sporche o lavate. C’erano di certo i tubi degli scarichi dei motori, i pezzi di ricambio, valvole e dischi dei freni. Quanti punti di sutura per un motore? Quale filo usare per saldare lo scarico? Ecco una manutenzione, un tentativo di riparare e precisare. Quei motori aperti gli comunicavano con lo stomaco direttamente, come le ferite dei suoi ferri che da un po’ non si chiudevano. Avrebbe voluto anche piangere dentro quell’autodromo e sopra quella Minardi Formula Uno che gli stava sotto il naso.
Avrebbe voluto chiedere se anche per loro quel pomeriggio non era un giorno qualunque, ma uno di quegli adesivi da staccare e mettere sul frigorifero o nel diario. Intanto il padre con il giubbotto da moto prendeva i tempi e li comunicava al suo piccolo. La coppia di ferraristi aveva smesso di contare i “pezzi”. “Alle diciassette smettono”, è stato detto.
