domenica, ottobre 17, 2004
CUNEGO, BASSO E LE FOGLIE MORTE
Ma che fatica stare dietro ad Ivan Basso tutto il tempo della salita. Il Ghisallo è la misura di ogni Giro di Lombardia, si passa in fila davanti al santuario della Madonna dei ciclisti, che ha ricevuto le preghiere di Bartali e la maglia di Coppi. C’è una stele qui fuori per Gino. Mi vuole staccare proprio adesso, se ne vuole andare con quell’olandese, in questo sabato di ottobre. Un sabato pomeriggio da passare al caldo in qualche in bar, dopo avere passeggiato in una cittadina di mare, per le strade grigie e con gli alberghi e due stelle chiusi. A Como ci aspettano per il finale, e chissà, forse andrebbero bene anche due passi a fianco del lago, con l’aria che appena arrossa le gote. Ma Basso oggi non ragiona così, vuole vincere e vuole scappare. Anche sul Civiglio, la salita dopo il Ghisallo, ci ha riprovato magari con lo spagnolo questa volta.
Sono curioso di entrare in un caffè di Como a vedere le ragazze, così ho attaccato in discesa, lo sanno che lì sono spericolato. Oggi è l’ultima corsa dell’anno e si potrebbe anche andare più tranquilli, non credi Ivan? Non ti piacerebbe una cioccolata calda o un tè verde alla menta? Oggi si chiude l’anno, in questa corsa che si chiama come una poesia francese, “la classica delle foglie morte”.
Ivan ci riprovi ancora sul San Fermo, e io adesso ti devo concedere dei metri, io adesso non ti vedo più mentre la strada sale. Ti è venuta voglia di abbracciare tua moglie al traguardo, del resto sei chilometri sono un niente. Allora vai pure sino in fondo e staccati di dosso tutti gli altri, allontanali come un male minaccioso, un maligno incombente. Recidi la salita e la strada con un buon ritmo: Ivan, fai in modo che la discesa non mi porti da te, lasciameli incontrare uno ad uno, lo spagnolo e l’olandese e l’australiano, mentre tu sei già al bar a bere con tua moglie che avrà un bell’impermeabile chiaro.
Ci sono le giacche a vento di qualche bambino in cima a questa strada che ora finalmente scende. Siete passati da poco, vi sento nell’aria insieme al fumo delle caldaie che riprendono oggi a funzionare negli appartamenti. Vi vedo adesso che mancano quattro chilometri, che per noi, che ne abbiamo già fatti duecentotrenta, non sono niente. Ivan vi ho ripreso e voglio vincere io, ho la spinta della discesa fatta più velocemente di voi. Ivan ti voglio staccare e ti devo battere allo sprint, solo una bicicletta prima di te. Ci vediamo al bar.domenica, ottobre 03, 2004
MINARDI CORSE
Certo che lì davanti fate una bella confusione, frenate al limite, qualche sportellata sulla fiancata. Conosco i vostri tubi e i vostri alettoni posteriori meglio di voi, in ogni piega o particolare, ne so quanto i vostri ingegneri che li hanno progettati.
Dall’ultima fila per sempre, dietro a tutti, questa è l’aristocratica solitudine della Minardi. Gli ultimi che non saranno mai i primi. Dopo la prima curva non vi vedo già più, sparite veloci nei rettilinei dove non vi potrò mai seguire, dove i cavalli del mio Ford non mi possono portare. Ma la strada passa anche per me. Che come voi ho fatto una colazione leggera questa mattina, ed ho i meccanici che mi indicano coi cartelli a quanto dista il penultimo.
Mio figlio a casa, alla televisione, mi vede solo come un’ombra al termine della inquadratura. Sento subito la solitudine. Il pubblico, quando giungo io, ha la testa ancora girata verso di voi che siete già passati, poi distrattamente solo qualcuno si accorge di me: quando compaio io il giro è davvero finito, per almeno un minuto la pace e niente da vedere.
Passano pochi giri, dieci o venti a seconda delle piste mai di più, e mi ripiombate addosso per il doppiaggio. Per un attimo vi vedo da davanti, negli specchietti, ma so che vi devo omaggiare, che devo chinare la testa lasciandovi la strada aperta, la traiettoria buona, che lo spettacolo continui e nessuno disturbi. Dura un attimo e rivedo subito gli scarichi dei vostri motori. Mio figlio mi ha visto però davanti a tutti per un momento, il primo dei doppiati.
