esserestati

sabato, settembre 25, 2004

Ve lo ricordate il vecchietto di Armstrong, sì, ebbene questo uomo con il pulloverino rosso, seduto sulla seggiola, saluta tutti i ciclisti che passano e tutti i ciclisti lo salutano.

postato da diavolorosso settembre 25, 2004 12:00 | commenti (1)

venerdì, settembre 17, 2004

Prolegomeni per uno studio sulla importanza del cappotto nelle quistioni sentimentali.

Da Talete a Paolo Conte…attraverso Piazza del Rinascimento

Le immagini della storia universale (tanto per garantirci un esordio modesto) ci mostrano il gran rivoluzionario Lenin, ci scusino Bertinotti e Cossutta, dentro un bel cappotto mentre arringa le masse proletarie e contadine alla presa del Palazzo. Il “quarto stato” di Pellizza rappresenta invece una avanzata di uomini e donne priva di qualunque indumento pesante: si spera fosse primavera, la primavera del sole dell’avvenire. Compaiono giacche portate sulla spalla e busti virili mezzi scamiciati.

Il cappotto è già una questione di potere? E per le cene fuori come la mettiamo? I sentimenti se la passano davvero meglio? Qualcuno in Svezia pensò ad un welfare degli affetti, una mutua di stato.

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Se lasciassimo il cappotto alla sola speculazione degli storici dell’abbigliamento ci priveremmo di quelle domande fondamentali alle quali non sappiamo dare risposte altrettanto fondamentali. Come diceva Heidegger, allora, tornare ai fondamenti. Poi lo confermò il giovane Ivan Lendl, quando non buttava di là un rovescio lo prese il maestro di stato (c’era il socialismo reale) e gli fece: meglio tornare ai fondamentali.

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Talete, grande appassionato dell’acqua, avversava il cappotto e preferiva leggeri e impermeabili spolverini fatti di tela cerata – l’essere era pur sempre l’essere. Le cose non migliorarono con Anassimandro e Anassimene, il soffio vitale richiedeva piuttosto il k-way, o uno di quegli scafandri che possono resistere alle correnti d’aria da cui tutto l’essere proviene. I sofisti non avevano tempo per un abito pesante come il cappotto, Protagora pensava che l’uomo dovesse misurare ogni cosa. E il sarto cosa misurava?

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San Tommaso avrebbe indossato dei bei cappottoni di lana grossa, con finissime cuciture e finiture, se non avesse preferito il clergyman.

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Tutti quei grandi misantropi e misogini del Seicento, quegli scapoli ordinati, spaventati dai fanatici delle religioni, non se la sono mai sentita di andare oltre una bella e solida mantella. Il soggetto sta sotto, bello coperto, ma libero e certo, di se stesso almeno. Troppo egocentrici per abbandonare il mantello scuro con cui si facevano fotografare per le copertine di Laterza editore (Roma-Bari).

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Kant soffriva di più la sua condizione. “Quando avevo bisogno di un cappotto non me lo potevo permettere, adesso che me lo posso permettere non so cosa farmene!”. Quando ammirava il cielo stellato sopra di sé cosa pensava? Nel cuore si era messo la legge morale, essere sincero sino all’autolesionismo (già sentita). Ma sotto il cielo doveva essere un gran freddo. Ecco allora il cappotto categorico e morale. Fai in modo che la tua massima di abbigliamento possa essere universale. Ovvero non sbagliare mocassino nero, che tanto doveva essere quella la calzatura di Kant, perché nulla resterà impunito. E quando il genere umano voleva uscire dallo stato di minorità imputabile solo a se stesso, che cosa si doveva mettere? Un maglione nero di lana con i fiori ricamati? Anche l’Illuminismo è una cosa seria, suvvia.

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Il primo, vero, filosofo da cappotto fu solamente il grande Hegel. Superato il formalismo calzaturiero kantiano è l’ora di mettersi qualcosa di pesante addosso. La dialettica del servo e del signore ha in palio un bel cappotto! Il riconoscimento corre sul filo di panni di lana, che infagottano l’anima bella, tutta lazzi e merletti, lamentosa ora per il freddo ora per il caldo. “Dove non passa il caldo non ci passa neanche il freddo”, disse Hegel mentre dopo la doccia rovistava tra la biancheria nel secondo cassetto del comò, formulando così il principio dell’unità dialettica del ferragosto col Natale.

Cosa mette il dialettico per uscire? Sotto una bella canottiera di lana, al massimo lana fuori e cotone sulla pelle per i più delicati. E il soprabito? La mantella è soggettiva, isola la testa, il pensiero. Il dialettico deve tenere due cose insieme, due cose distinte eppure insieme. Una manica per la destra e una per la sinistra, il cappotto unisce.

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Il cappotto è protestante, luterano, moderno, laico e borghese. Ma anche socialista e democratico. Forse è la vera essenza del socialdemocratico. Disprezzato dalla nuova sinistra, che ha preferito giacconi militari o colorati, guevaristi, il cappotto è il simbolo dell’ottusità brezneviana, della disciplina togliattiana. Ma è anche gramsciano. È la classe operaia che si è finalmente coperta.

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Nei sistemi post-hegeliani le esigenze si complicano un po’. “Aut-Aut!”, dice Kierkegaard, ovvero “dove vai se il cappotto non ce l’hai?”. Ci si veste con dolcevita neri e si ascoltano le canzoni dei francesi.

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Le aurore heideggeriane sono annunciate dalla speculazione sulla tecnica. Solo un Dio ci può ormai salvare: “andava meglio quando andava peggio”, tuonò Martino. L’uomo, ente, ha entificato l’essere, la metafisica è il supremo disconoscimento dell’essere, la sua completa dimenticanza.

Nietzsche lo aveva già intuito da tempo, il nichilismo è questo oblio, questa morte di tutti i valori e di tutti i cappotti. Umano, troppo umano, è il cappotto borghese, liberale e democratico, cristiano e socialista. Perché coprire la volontà potenza? Perché infagottare la vita? Che farsene del cappotto nelle baite heideggeriane? La razionalità calcolante occidentale ha nel cappotto un simbolo fulgido, tramonto dell’occidente uguale ad affermazione del cappotto in tutte le classi sociali. Il tragitto verso l’essere non contempla il loden, al massimo grezze coperture montanare. Dove pascola l’essere non ha accesso la marsina.

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Come ormai è noto, se difficile è integrarsi e non ribellarsi, un grande pensatore novecentesco si dibatteva incerto tra i dilemmi dell’età giovanile, munito di “coscienza immacolata”. Inutilmente lei provò ad uccidere quella sua innocenza, e si ritrovò provata tra “pranzo di famiglia e paletò”. Così si separarono, ed “io che ho sempre l’Eskimo addosso uguale a quello che ricorderai io come sempre faccio quel che posso domani poi ci penserò semmai”.

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Il dilemma socialdemocratico di sinistra tra integrazione e rivoluzione trova una sublimazione estetica e morale nella speculazione di un altro grande pensatore contemporaneo piemontese. Ci troviamo decisamente fuori dalle atmosfere militanti, dai canti ad andamento progressivo, dove il modello gramsciano del cantautore organico si realizzava nella chitarra quale via obbligata per la dittatura del proletariato.

Niente feste dell’Unità, niente banchetti per le firme pro Amazzonia, niente salamelle, gnocchi fritti. Solo gelati al limone, pomeriggi estivi, eroi ciclistici, donne e uomini liberi da ogni compito storico che oltrepassi il preparasi un buon uovo fritto nel tinello, accompagnato da un bicchiere di rosso.

Il socialismo liberale di Paolo Conte, di chiara matrice azionista, bobbiana, gobettiana e pavesiana, recupera anche il senso del cappotto. Il pensiero appenninico si snoda lungo viaggi a Genova, al mare, percorsi con sostanziose coperture, “in questa immobile campagna con la pioggia che ci bagna i gamberoni rossi sono un sogno”; sino alla riabilitazione del vecchio, caro parabrezza, “e il sole è un lampo giallo al parabrise”.

Il cappotto è abito integrativo, moderno, laico, appenninico, può essere dismesso solo a favore di una intima vestaglia: “perché la vita è tutta tra una vestaglia e un mare, chi vuole andare in gita non sa non sa non sa”. Sentimentale e sedentario. Anzi, proprio perché sedentario.

Il cappotto è simbolo, significante. Elemento di incontro, struscio. Veste il moralismo dell’azionismo piemontese, la tensione etica ed intellettuale. La dolcezza di un radicalismo bene intenzionato quanto sprovveduto.

“Avvenne per caso in una stradina moderna sotto la pioggia, gli ombrelli che fanno zum zum zum e l’universo fa bum bum bum…

Lui era un loden portato da una dolcezza senza rimpianti, da studi classici attenti, la pipa morsa tra i denti…..

lei era un cavallo, un gatto, un’ondata di mare nordico al sole, vestita come uno vuole vestita come uno vuole….

Due belle gambe lei e un po’ di fumo azzurro lui, col permesso degli dèi, gli dèi dei bei sonni, gli dèi dei bei anni, gli dèi dell’amore rosso, del fuoco nelle sottane, architetture lontane”. Gli dèi a cui sono affidati tutti i nostri cappotti!

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Svolazzare sulle pozzanghere di un centro cittadino. Librarsi, liberarsi. Indosso serve un bell’impermeabile, però. Anche il laccetto della scarpa sinistra si libererebbe in aria. E se fossimo nel 1937 si potrebbe festeggiare Bartali che ha vinto il suo secondo Giro d’Italia. Forse. O un incontro fortunato. Aggiungiamo in libreria? Forse. Servirebbe un impermeabile. Per volare e non cadere mai. Ancora il Conte: “….quale storia vuoi che io racconti?.. ah!… non so dir di no, no, no… e ricomincerà … come da un rendezvous… parlando piano tra noi due… Scendo giù a prendermi un caffè… scusami un attimo.. passa una mano qui, così, sopra i miei lividi… ma come piove bene, sugl’impermeabili e non sull’anima…”

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Quale cappotto, allora? Il cappotto o soprabito comunque serve, ormai è deciso, come direbbe Carl Schmitt.

Un tipo è il cappotto dialettico, hegeliano, solido, kantiano, morale, lo si mette il mattino e resta addosso fino a sera. Il cappotto di lana, pesantuccio. Bisogna essere tagliati. È un abito istituzionale.

Poi c’è il cappotto lodenuccio verde. Emotivo e sensibile. Spunta dalle librerie di piazza Rinascimento, verso le cinque di sera, si nasconde negli istituti e nei caffè a bere tè verde. Non è poco impegnativo, anzi. Aspira al disincanto, vorrebbe travestirsi da cinico indumento di mondo. Crede in realtà sin troppo ai buoni sentimenti, perciò è inadatto al disordine, al caos. Ma è ugualmente refrattario al conformismo dei cappottoni. Il suo desiderio? Farsi portare al mare così come è.

Nota bibliografica

Ivan Lendl, Lineamenti per una filosofia del diritto e del rovescio, LiberiLibri, Praga, 1981.

Vladimir Lenin, Che mettere?, in Opere Complete, Editori Riuniti, Roma, Tomo CLII, Volume XXXVIII,1968.

G. W. F. Hegel, Fenomenologia della canottiera, tr. it., Dr. Gibaud, La Nuova Italia, Firenze, 1974.

Max Horkheimer, Theodor Adorno, Dialettica del cappotto, Einaudi, Torino, 1958.

Pier Paolo Pasolini, La maglietta “polo” e la mutazione antropologica degli italiani, in Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975.

Martin Heidegger, Sentieri interrotti, mocassini inadatti, Mursia, Milano, 1982.

Francesco Guccini, Eskimo, 1976.

Paolo Conte, Genova per noi,

La donna in inverno,

Architetture lontane,

Mocambo,

Gli impermeabili,

Immanuel Kant, Critica della ragione per cui non si può uscire senza cappotto, Laterza, Roma-Bari, 1965.

Friedrich Nietzsche, La volontà di coprirsi, Bompiani, Milano, 1986.

Umberto Galimberti, Loden e techne, Feltrinelli, Milano, 1999.

Carl Schmitt, Le categorie del cappotto, Il Mulino, Bologna, 1972.

Carlo Fruttero, Franco Lucentini, La donna del mercoledì, Mondadori, Milano, 1971.

postato da diavolorosso settembre 17, 2004 00:19 | commenti (2)

venerdì, settembre 03, 2004

 

IL LAGO

 

Camminando circa dieci minuti, in buona discesa, si raggiunge il paese. Tutti sono al lavoro nelle stanze dell’albergo, io ho tenuto la mia relazione ieri e sono più leggero. Parlare è come vivere, mi concentro subito sulla fine e tutto ciò che può stare in mezzo mi pare inutile. Chi parla a lungo, chi argomenta, sta dentro un discorso, con i piedi e la testa, sta dentro una cosa. Io parlo perché sono obbligato, preferirei piccoli motti, tratteggi di pennello, a dimostrare che si sa anche usare il colore, ma i barattoli della vernice restano quasi intatti, sono lì e basta, senza farli vedere. L’ansia mi spinge più forte, a chiudere, a fuggire, a scappare, ansia è non stare dentro le cose ma fuori, nel passaggio stretto del nulla, del niente, della perdizione. Ansia è non essere dove sei, non stare dove stai. L’ansia è il contrario di tutto ciò che è. Non ho visto niente mentre parlavo, invece avrei dovuto sostare presso le parole e non cacciarle via da me. Questa notte comunque ho dormito senza toccare lo Xanax. Ne porto sempre una confezione in gocce ovunque debba passare la notte, non so affrontare una stanza da sonno senza un tavolino su cui poggiare la busta rossa con i farmaci. La scorsa notte, subito dopo avere parlato, non ho quasi mai dormito, dopo due ore mi sono svegliato, erano le quattro e non ho più dormito. Ho aperto la finestra per guardare il lago illuminarsi fino a giorno. Niente Xanax, la notte avrà pure una fine, un fondo come questo bacino d’acqua. Non avevo voglia di scappare, ma di ascoltare. Così questa notte ho dormito subito, ma sono ancora molto stanco. Tutti sono nelle camere e io penso a tirarmi su il tono dell’umore. L’ansia si è per un attimo specchiata sul fondo del lago, solo riflessa e non subita. Ma quanto durerà? Sono solo e sto bene, vorrei fare finalmente colazione, prendere i giornali e magari pranzare in un ristorante sull’altra sponda da raggiungere in aliscafo. Cinzia e il Professorone camminano nel vialetto, mi saluta e capisco che forse vuole compagnia. Mi chiede se ho fatto colazione. Lui deve andare a messa e ci consiglia di cercare un bar. Scendiamo decidendo di prendere l’aliscafo e di farci una bella gita. Lei è già ben fidanzata, ma oggi staremo insieme tutto il giorno. Posso godere questa libertà sostanzialmente disciplinata, ordinata, benevola. Una compagnia che non presenta niente di nascosto o doppio, nulla di ossequioso. L’ansia è ferma sul fondo del lago, penso mentre sfoglio i giornali al bar. Le persone intorno si preparano alla domenica. Camminiamo sino al porticciolo. C’è un’auto ferma e non posso non restare colpito da un gesto familiare, una giovane donna versa delle gocce in un bicchiere di plastica, il compagno la guarda. Esclamo con rassegnazione, “cosa prende questa, lo Xanax?”. Ho riconosciuto la boccetta bianca, e anche loro mi hanno sentito dal finestrino aperto, mi guardano in silenzio per un attimo come per affermare silenziosamente che sì, quello è lo Xanax. Vorrei scambiare uno sguardo più profondo per comunicare la mia appartenenza alla stessa razza umana, ma sorvolo, ho già esagerato. Dico a Cinzia che l’ansia è uscita dal lago in una domenica d’agosto. Lei si chiede come è possibile che in vacanza possa succedere una cosa così. E’ possibile, è possibile.

postato da diavolorosso settembre 03, 2004 23:46 | commenti (9)