martedì, settembre 27, 2005
FORLIVESE
L'omino, viveva in Romagna. Un posto nemmeno tanto male: con il mare, le colline e tanti bei paesini tutti con la piazza con il campanile e con i portici, per stare fuori anche in inverno a parlare. E i bambini fuori a giocare per correre a casa a mangiare e a scaldarsi con la stufa a legna. Un posto dove si può stare bene, dove i grandi lavorano tutta l'estate al mare o nei frutteti vicino a Cesena. L'omino era così piccino da non accorgersi neppure di tutto questo. Passava il tempo arrabbiato a scarabocchiare i muri delle "case del popolo", dove la gente andava a fare tutte le cose che lui non capiva: studiare, parlare di politica, pensare a migliorare, organizzare una festa. L'omino era così piccino che attaccava ovunque una foto gigantesca con la sua faccia. Una foto così brutta che quando i gatti passavano davanti gli pisciavano sopra.
domenica, luglio 24, 2005
TERRA ROSSA
Non c'è il sole e non fa caldo, anzi minaccia quasi una pioggia estiva. Il mio avversario è la testa di serie numero uno, avendo vinto il torneo l'anno precedente. Il pronostico è a mio sfavore ma non rinuncio alla illusione del colpaccio: grande titolo nella cronaca orale delle chiacchiere del bar del circolo. Nel palleggio non mi pare irresistibile, deve essere vero che non è la tecnica il suo punto forte ma la concentrazione agonistica e la condizione fisica. E' un ex calciatore, di serie A si dice, uno di quelli che rovina questo nostro sport della racchetta, così mentale, introducendo la deviazione perversa della fisicità, della prestazione di resistenza. A carriera finita si scoprono con una mentalità diversa rispetto a quella che avevano quando hanno iniziato con il pallone, con ambizioni nuove più mature, così si avvicinano alla terra rossa perchè tanto hanno il metodo di gara e la forza nelle gambe, e se sono sopravvissuti nelle aree nelle fredde giornate di gennaio, prendere a badilate una pallina non deve essere difficile. Gioca proprio malino, ha un rovescio tutto tagliato di sotto, giusto il diritto mi pare meglio portato. Mi fa subito i complimenti per il mio rovescio, quando ci avviciniamo alla rete per raccogliere le palle cadute nel primo palleggio. Ho già capito che perderò e che in fondo non mi teme troppo. Però sollecita il mio narcisismo e piazzo altri rovesci portati bene, meglio che posso.
Ho quasi il fiatone ed è meglio cominciare. Perdo il primo gioco sul suo servizio. Vado 40 zero nel mio turno, poi mi recupera, complice una chiamata fuori un po' furbetta, e mi va sul due a zero. A quel punto penso che posso ancora recuperare ma in fondo ho già perso. Mi gioca sul rovescio e sbaglio spesso, lui è regolare, le prende tutte e non sbaglia mai. Gli venisse un colpo! Non so lottare. Le mie partite devono essere facili. Vincere facile o perdere facile. Non ho pazienza per piazzare tanti colpi in fila, e non ho il fiato. Però gioco meglio di lui, ho più tecncica e generosità, piazzo dei tiri belli. Ma perdo.
Lui aspetta il mio errore che puntuale arriva, sono dentro la sua trama e non so uscirne. Tiro dei rovesci impeccabili. Il rovescio è il colpo più tecnico, tutti sanno dare uno schiaffo alla pallina, uno scappelloto di diritto. Ma il rovescio no, lì ci vuole abilità. Spostare l'impugnatura, piegarsi a sinistra. La parte del cuore ed anche quella del torto, ricordare che se ti percuotono la destra tu devi offrire anche la guancia sinistra, ecco colpitemi nel mio torto se ne ho uno. Oppure guardate cosa c'è nella mia sinistra, in quella parte meno retta, guardate questo colpo inconcriato che parte mentre mi attacca, non il vile pallonetto difensivo che poi tanto magari quello sbaglia lo smash, ma il proiettile sparato al fianco, che parte dalla regione sinistra, dalla parte vulnerabile. E lui ci mette l'attrezzo alla meno peggio e ne esce un colpo sghembo che cade sulla riga, mentre io sono ancora in posa plastica con il colpo bello finito. Devo perdere perchè lo vogliono gli dei.
Ineffettuale e inutile, non lezioso, ma inefficace. Il mio gioco è il contrario del togliattismo politico. Forse troppo liberal, quasi radicale, con la battaglia di principio, cioè il colpo bene eseguito, senza la pazienza di fiaccare e tediare l'avversario, di aspettare il suo errore piuttosto che cercare il bel gesto, la bella rotazione. Senza colpirlo troppo nei suoi torti, nella sua sinistra, chè quasi non sta bene. Dispendioso però e senza risparmio, ma non estetico e volontarista, non romantico, senza la fumisteria ingraiana, la confusione e il parassitismo della eterodossia, che conta poi tanto sulla presenza solida e organizzata della chiesa degli ortodossi. Non uno che vorrebbe un altro gioco, come si dovrebbe volere un altro mondo possibile, magari più vero, ma uno che perde perchè il gioco è quello e basta.
Il pubblico, cioè quattro amici del circolo, applaude, anche gdb che mi ha fatto i complimenti con gli occhi ad ogni punto ben piazzato - dopo averne sbagliati quattro, s'intende. Bravo gdg, con il quale non ci siamo presi bene. Applaudono e sono convinto che la partita l'ho fatta io. "Bravo giochi meglio di me", mi fa l'atletico calciatore. "Non fa niente, rispondo, ha ragione chi vince". Sono pur sempre un togliattiano di destra.
mercoledì, giugno 22, 2005
Giri per casa e ti siedi in giardino
mi abituerò mai a veder disturbata la mia solitudine?
io, con la tappa alla tele e la settimana enigmistica sopra il cuscino
venerdì, marzo 25, 2005
Domenica, Saltara e la Tirreno-Adriatico
Le persone troppo in salute come quelle vestite troppo alla moda tendono purtroppo alla volgarità, di domenica la situazione peggiora anche. Il ristorante è semivuoto e mia moglie mangia ancora lentamente il suo secondo piatto. Guardo fuori verso il mare con il piatto già vuoto. La pensiamo più o meno alla stessa maniera sugli abiti alla moda.
L’ho fermata alla stazione dell’autobus, qualche anno fa, proprio per via del cappotto. Era così austero, severo, che le stava davvero bene sul suo viso serio e intelligente, austero e severo appunto. Una faccia così la si porta con aristocratica solitudine anche sulla panchina di fronte alla ferrovie, in un pomeriggio di pieno inverno. Senza trucco e senza trucchi apparenti, senza una smorfia di dolore o di disgrazia, di stanchezza o di malagrazia. Chissà quale percorso doveva averla portata lì alle tre e mezza del pomeriggio di una domenica fredda e grigia. Io c’ero arrivato per via delle neve, troppo pericoloso attraversare due valichi appeninici il lunedì mattina, meglio arrivare con sicurezza appoggiati ad un tragitto più lungo con un mezzo pubblico.
Adesso il ristorante si sta svuotando davvero, anche la famiglia rumorosa se ne va. La loro intensità ontologica è pari almeno a dieci volte di quella che esprime il nostro tavolo. Forse è la vita stessa che presenta questi inconvenienti. Io comincio però a male sopportare questa bassa frequenza, a pochi chilometri da qui, a Saltara, arriva la tappa domenicale della Tirreno-Adriatico. Il primo in classifica è uno spagnolo, Freire Gomez, il campione del mondo che ha vinto anche le ultime due tappe con due sprint formidabili.
Saltara è un piccolo borgo come ce ne sono tanti sulla strada che da Fano porta a Fossombrone, basta svoltare a destra sulla strada che porta a Roma e si raggiungono piccoli centri tranquilli dove si annusa una forte atmosfera di paese. Più a valle ci sono le zone di recente insediamento che sono molto più popolose di questi borghi, ma ne rappresentano le frazioni. Saltara ha un bel castello medievale o giù di lì, anche se le casette nuove si impongono al paesaggio. Sono ville di professionisti ma anche dignitose casette della classe operaia costruite negli anni settanta, con il cancello e le ringhiere in ferro verniciato di bianco e il piano inferiore destinato al garage. La corsa è già finita quando arriviamo attraversando un giardino e i camion della Rai per le riprese. Ci resta la premiazione di Freire che è sempre il primo della corsa, la tappa è andata a Knaven, un olandese che ha vinto una Roubaix qualche anno fa. Per vederli ci siamo anche arrampicati su un muretto e attaccati alla spalliera di ferro. Passa un autobus di linea, se qualcuno ha riservato un posto perderà un traguardo.
sabato, febbraio 26, 2005
Francesco Merlo
³La Repubblica² 24.2.05
E¹ morto un uomo storico, hegelianamente storico, uno dei protagonisti di un
passaggio importante della storia del nostro Paese, ma non è morto il
cappellano d'Italia, il padre spirituale di tutti noi.
In Italia c'è l'abitudine di distogliere lo sguardo dagli occhi della morte.
Sempre, davanti a un morto, si parla d'altro, mai di lui. Nel caso di don
Giussani, la morte ha transustanziato la realtà viva.
E così da finissimo politico combattente, da ispirato pastore d'anime, da
coltissimo organizzatore di potere, da reclutatore di talenti, don Giussani
è diventato un candidato alla santità, il nuovo patrono che, a destra e a
sinistra, laici e religiosi, fedeli e infedeli, deformano nell'ultimo
doveroso saluto. Ma don Giussani, profondo e sincero, pedagogo e amorevole,
era e rimane il leader di una minoranza antimodema.
E, se fosse davvero severo e misericordioso, generoso e giusto, come lo
immaginava lui, Dio, dopo averlo accolto in Paradiso e fatto accomodare alla
sua destra, già adesso starebbe chiedendogli conto anche delle lucrose
attività della sua Compagnia delle Opere, di quel gran fumo di clericalismo
simoniaco, di presunte truffe, di denunzie, di scandali e di processi penali
che ha accompagnato il miracolo economico di don Giussani, dalle mense
scolastiche di Roma alla Cascina San Berriardo di Milano, dai parcheggi ai
cibi precotti e avariati, sino all'affaraccio di Oil for Food e al ruolo di
Formigoni, sino alle suggestioni letterarie del Codice da Vinci.
Certamente il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole
caravaggesco che tanto gli piaceva, il Dio che non è sole di tragedia ma
dolcezza privata, non sensazioni trionfali e scoppi di luce ma atmosfere
rarefatte e solidarietà intellettuali, non esplosioni ma implosioni, il Dio
che si nasconde e non si mostra, certamente questo Dio perdonerebbe
l'appoggio spirituale che lui, così onesto, diede alla peggiore Dc, quella
romana delle tangenti, e quella della Sicilia complice della mafia, allo
squalo Sbardella e al contiguo Salvo Lima.
Secondo noi, Dio si è già messo a conversare con lui, non della Madonna
dantesca e neppure del Cristo leopardiano, perché di quelli c'era già tutto
sui giornali italiani di ieri, ma di quell'estre-mismo all'incontrario che
rap-presentò e continua a rappresen-tare Comunione e liberazione, versione
cattolica integralista della rivolta generazionale di si-nistra. Fu l'altra
faccia del sessan-totto, quel che lo rende chiara-mente comprensibile,
estremi-smo contro estremismo, Jaca Book contro Feltrinelli e Savelli, Rocco
Buttiglione contro Franco Fortini, i cori dell'Antoniano contro l'anarchico
ferroviere di Guccini, e anche, se permettete, Cristo contro Cristo. Al
nostro Cristo infatti, che era confusa-mente costruito su una ideologia di
liberazione guerrigliera e di
preti operai, loro opponevano un Cristo da Torquemada. E non è vero che la
nostra era ideologia e la loro era devozione. Il nostro Cristo era vivo
almeno quanto il loro.
Sicuramente il nostro Cristo era ideologia, ma anche quello di don Giussani
era ideologia. Ecco: ideologia contro ideologia, specchio rovesciato di
tutto quel mal di vivere e di quel disadattamento in cui nessuno voleva
stare, emigrando a salti e a piroette nelle paranoie politiche o religiose,
nelle milizie combattenti per il proletariato o per Dio.
Ieri solo su La Croix, che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in
Francia, come lo è Avvenire in Italia, di don Giussani è stato scritto nel
titolone che ³incarnò l'integralismo².
E'vero infatti che don Giussani si batteva contro la scristianizzazione
dell'Italia e della stessa Chiesa, ma chi ha stabilito che il Cristo è
quello di don Giussani? Quale visione di Fatima ha rivelato che il Cristo è
un militante politico, un editore, un industriale, un prete filosofo, un
fustigatore, un moralista, un sessuofobo, un classificatore di peccati?
Eppure i seguaci italiani di don Giussani ancora nella camera ardente
raccontavano e scrivevano di miracoli, e del sangue di San Gennaro che si è
liquefatto per lui. I pur braví e simpatici giornalisti Antonio Socci e
Renato Farina addirittura preannunciano altri miracoli "nei prossimi
giorni". E si capisce subito che gli epigoni di don Giussani non solo non
gli somigliano, ma sono tutti dentro quel cliché di svettante bigottismo che
Totò parodiava espressionisticamente con un segno della croce che era
strabuzzio d'occhi, compunzione immusonita, agitazione di braccia, la mano
con le dita strette a becco che convulsamente correva dalla fronte alle
spalle ... Per Totò il bigottismo era il rovescio della religione che per
contrappasso poteva essere rappresentato solo parodisticamente. Tutto questo
parlare di miracoli, di sangue e sanguinaccio, di lacrime usate al posto
dell'inchiostro, è di nuovo estremismo, spettacolo sciita, pasqua santa da
processione paganeggiante, è ancora quell'estremismo al contrario di cui in
fondo la nostra generazione ha saputo liberarsi mentre loro, che si credono
"salvati", ancora non ci riescono.
Noi piangiamo in privato e non lo raccontiamo a nessuno, non abbiamo bisogno
di prefiche per gridare il dolore. E abbiamo tutti i nostri padri
spirituali, e spesso li cambiamo perché anche i padri invecchiano: oggi
Musil e domani Colletti, ieri Feyerabend e l'altro ieri Marx, e ancora il
cattolico Manzoni e il radicale Sciascia, don Milani e Bobbio, Gassman e
Montanelli, Calvino e Papa Giovanni. E da Gramsci siamo arrivati sino a De
Felice ... Mai però ci siamo inventati miracoli. Noi non ci attarantoliamo.
E rispettiamo anche don Giussani perché rispettiamo la storia, senza
miracoli e senza monumenti, rispettiamo l'uomo che tante volte da avversario
ci ha dato da pensare, ci ha offerto provocazioni su cui riflettere e, con i
suoi estremismi, ci ha fatto pure sorridere. I suoi epigoni invece
banalizzano lui e annoiano noi.
domenica, gennaio 23, 2005
mercoledì, dicembre 29, 2004
Kelsen e la “sarachina”
Il giovedì il pesce arriva anche in collina nelle piazze dei piccoli borghi da mille abitanti tutto compreso, minuscole frazioni di dieci case al massimo e extracomunitari regolari o clandestini nonché animali domestici, portato dai pescivendoli della riviera adriatica. Da mia suocera lo portano invece il martedì e quando capitiamo, dopo la scuola, ci fa sempre gli spaghetti col pesce e le canocchie al forno. Una volta, quando Bartali andava e Berta filava tanto per intenderci, lo portavano addirittura in bicicletta con una cassettina messa sul davanti. Il mio pesciaiolo ha invece un Volkswagen libertario bianco con le strisce rosse: uno di quei pulmini tedeschi adattati a viaggiare in maniera colorata, che con tutto quello che consumano hanno un impatto ecologico di poco inferiore a una discarica.
La mia genitrice femmina mi ha insegnato a suo tempo a pulire le seppie, gli sgombri, i merluzzi, le orate, i moletti, le triglie, che si chiamano in verità roscioli per il colore rosso, poi i sardoncini. Il corso è stato impegnativo e lungo, la mia insegnate mi riteneva inadatto al ruolo, ho dovuto faticare a convincerla che mi poteva essere utile comunque, che non si sa mai, che è bene che un uomo si arrangi oggigiorno a fare tutto, perché si può anche stare soli o ritornare ad essere soli. Uso i guanti di gomma, gialli rosa rossi con o senza cotone interno, e mi innervosiscono le budelline dei pesci sul lavello.
Mia moglie l’ho conosciuta poco a poco al bar della scuola. Il giovedì le preparo il persico o il merluzzo, a volte le lesso un polipo da preparare in insalata, per me invece la sarachina è il massimo, condita con la mollica del pane e il prezzemolo. La sarachina avrà anche un nome vero e proprio di battessimo scientifico e tutto in regola nel mondo degli animali del mare, il nome con cui l’avrà chiamata Noè per farla salire nella piscina delle bestioline d’acqua salata sul barcone. Ma questo pesciolino azzurro una volta uscito dal mare e giunto sulle graticole dei romagnoli è stato chiamato così, sarachina o saraghina punto e basta, un vero culto. Lo mettono anche nella piadina, e secondo me ci sta molto più dignitosamente della nutella o dello stracchino con la rucola. Sarebbe interessante approfondire l’etimologia, forse deriva da “saracco” che è un pesce più grosso, la sarda classica. Da accostare anche al prezioso brocardo “ti do quattro saracche”, cioè delle sberle, delle spiattellate contundenti.
La preparazione con la mollica del pane è davvero idonea a suscitare nervosismo, isteria, dispepsia e crisi di panico nei soggetti sensibili, per via del fastidio che prende nel vedere la cucina sporcarsi. Comincia la mia fatica di tenere pulito e volere il pulito mentre si imbratta, anzi proprio perché si sporca, come se si dovesse comunque procedere con ordine anche nel disordine. Le vasche il ripiano di inox diventano una specie di mattatoio, sanguetto ovunque, ma attenzione a non farlo finire nello scarico, anzi meglio posare giornali o carta per raccogliere tutto. Il pane grattato si infila poi ovunque e si semina sul piano di lavoro, ma attenzione al barattolo quando lo si versa, da prendere con le mani asciutte e pulite sennò va lasciato fuori dal frigo per la ulteriore pulitura. Poi l’olio da prendere per bagnare la mollica e farne una cosa omogenea e governabile, adatta ad attaccarsi al pesciolino e a non mollarlo più per tutta la cottura e per tutta la vita. Ma attenzione alle mani quando si apre lo sportello della credenza per prendere l’olio, mica vorrai aromatizzare al pesce tutte le insalate prossime venture. Poi l’erbetta o prezzemolo che se non stai attento è già seminata in minuscole parti per tutto l’ambiente, peggio di un virus invisibile: tagliarla con le forbici va bene, ma stai sopra il piatto della mollica e pulisci la lama delle forbici con la carta prima di metterle nel lavandino. Adesso si deve smastricciare il pane l’olio e il prezzemolo per farne regale adorno da sarachina o merluzzetto. Poi si prendono i pesciolini e li si infarina bene, li si unge bene. E il piattone va messo in frigorifero, quindi ispezionare i bordi che non contengano sporgenze di impiastro di pane, che vanno a finire nel formaggio e negli affettati. Se le regole sono state rispettate in pochi minuti si può ripristinare la legalità in cucina, e le mani dovrebbero essere salvate. “Tesoro (con ironia) vado a cuocere, accendo il grill!”.
Al bar della scuola non era di giovedì e non abbiamo mai mangiato pesciolini. Mia moglie ha avuto il merito di non stancarsi dopo le prime due o tre telefonate, non ha inventato scuse non mi ha spedito sms di cortesia non mi ha mai fatto il pistolotto sul conteso amichevole, mi ha chiesto invece di andarle a prendere il figlio alla scuola materna ogni due martedì. Non aveva altro da chiedere al mondo che non quel favore pomeridiano, non sperava altro per sé, non desiderava nulla di più, nemmeno me voleva nemmeno la mia cortesia, solo il figlio a casa ad un’ora giusta per uno di quattro anni. Non si accorse neppure tanto di me. Non sperava nel principe azzurro e neppure nell’uomo che ti prende e ti porta via con la macchina lunga blu veloce, vestito di blu lungo e veloce, che conosce tutte le capitali mondiali eccetera, lei non sperava niente e non voleva niente da me. Mi disse che si era accorta che le volevo bene perché non ci provavo, che non è proprio vero perché insomma il giusto ci provavo ma ci provavo. A pranzo con i protosuoceri non è che potessi osare poi tanto.
Uno di questi giovedì abbiamo aperto il dibattito, la sarachina era avvincente e abbondante. Ma se non ti eri accorta di me, le ho chiesto, come hai fatto a finire con me? Come è accaduto? Le ho chiesto se per caso fosse vera la dottrina del “piano piano”, la teoria gradualista e riformista che si parte amici e poi si arriva via via alla camera da letto. No, ci siamo detti di no. La socialdemocrazia va bene per l’Ulivo, forse, ma Saragat Nenni e Bernstein non c’entrano. Allora vale il leninismo rivoluzionario? Una elitè ben scelta, una classe dirigente solida e matura che conduce il popolo sui materassi. Niente di così difficoltoso e impegnativo, niente disciplina rivoluzionaria e necessario avanzamento della prospettiva storica. Chi ce lo aveva il progetto storico in testa, mi fa, forse tu e io? No, scartiamo anche Togliatti dunque.
Hai presente Kelsen, il giurista, mi fa? Certo. Ecco, prendi la Grundnorm, la norma fondamentale. Ogni norma giuridica ha bisogno di una norma fondamentale la quale conferisce validità a tutte le norme giuridiche, direttamente o indirettamente, ma essa non è creata da nessuno, la norma di tutte le norme non è posta da nessuna autorità ma obbliga tutte le autorità, produce tutte le norme. Ecco, quando noi ci siamo conosciuti abbiamo subito trovato la nostra norma fondamentale. Abbiamo agito come se dovessimo stare assieme e rispettarci pur senza essere insieme. La norma fondamentale non la pone nessuno, non la decide nessuno, è lì e basta e obbliga tutto l’ordinamento: e noi l’abbiamo trovata al bar, quella mattina che mi hai parlato. Cosa dice Kelsen di essa? Che può essere una semplice ipotesi o una semplice finzione, non importa se c’è, ma che ci si comporti “come se” ci fosse. Cosa avevamo da porre o da decidere lì davanti al nostro tè verde, niente solo il niente che più niente non si può! Ogni atto del nostro personale ordinamento giuridico, mi spiega e io già la rincorro con la graticola per casa, compresa la tua sarachina non esiste senza quella norma fondamentale che non è altro che il sentire il nostro sostanzioso niente.
domenica, dicembre 05, 2004
SANTA MONICA
Il fatto è che sono poche le giornate di freddo così secco. Per lo più giorni umidi, incerti e indecisi. Temperature e condizioni climatiche che non aiutavano le ferite dei pazienti a suturarsi perfettamente. Provò a convincersi, senza serietà, che quella era la ragione vera dei recenti insuccessi in sala operatoria. Ormai gli riservavano solo le appendicectomie e qualche piccola esportazione di tessuto, nevi da verificare o piccole ghiandole sebacee in suppurazione. Ma capitava sempre che al momento della sutura finale gli interventi si complicassero. Era già accaduto di dovere ricorrere all’aiuto di un altro chirurgo di sala o addirittura dalla corsia.
L’insonnia gli complicava ancor più le cose, rendendolo indolente e stanco all’inizio della mattinata. Aveva scelto medicina convinto della possibilità di fare fronte al dolore, di controllarlo attraverso la ragione e la scienza, o quanto altro di illuminato poteva esserci nell’esperienza umana. Pensava a questo mentre si lavava le mani nello spogliatoio, e confondeva quell’ottimismo giovanile con la schiuma del sapone sanitario, disinfettante e neutro. Il ragno era sempre nell’angolo in alto a sinistra. Lavare le mani, prepararsi alla manutenzione di un corpo, togliere ed aggiustare, sanare, riordinare. E poi cucire, chiudere. Lavare di nuovo le mani. Da qualche tempo però le cose rimanevano aperte, non si chiudevano più, come le ferite del suo bisturi.
Aveva chiuso l’armadietto e preso la giacca. Mentre scendeva le scale bianche pensava a come impiegare il pomeriggio. Trovava molto accoglienti i centri commerciali, in cui si sentiva protetto dall’anonimato. Entrando in auto aveva visto un trafiletto che annunciava le prove della Minardi al circuito di Santa Monica a Misano Adriatico. Senza crederci troppo, “chissà a che ora cominciano, magari è solo il mattino, poi girano poco”, aveva deciso di andarci, “tanto si allunga di poco la strada”. Al semaforo sulla statale, fermo per svoltare a sinistra, aveva abbassato il finestrino per ascoltare la strada. Ebbene, lo aveva colto il rombo di un motore, e subito la frenesia di andare, di vedere, di esserci, la voglia di correre che gli faceva sopportare come un dolore il colore rosso del semaforo, che non diventava mai verde. Così come erano delle lumache le auto che lo precedevano, e dovevano semmai scansarsi e lasciare correre le urgenze.
L’autodromo si presentava vuoto, l’intero parcheggio vicino ai box completamente libero, ci saranno stati sì e no circa dodici paganti, sparsi sui bordi della pista, che erano raggiungibili con le auto usando le stradine interne lasciate aperte insieme ai cancelli. Due famiglie da tre intere, un padre con figlio, una coppia di cinquantenni abbondanti, di San Marino, con la ferrarina gialla, il cui componente maschile chiosava al telefonino, riferito ai camions neri della Minardi, “sono sette pezzi, sei più uno”, uno infatti era il tir della Bridgestone, per le gomme.
Era adesso nei pressi di una curva secca e molto impegnativa, alla fine del rettilineo. La “Minardina” arrivava all’improvviso sbucando dalla tribuna, con un rumore violentissimo, che andava direttamente a finire nel suo stomaco vuoto e tormentato dalla nausea. Il casco del pilota era grigio con una tigratura in nero, e si intuiva quasi la figura umana dentro l’abitacolo. I colori della auto erano bellissimi, ma il rumore staccava ogni cosa dalla realtà imponendosi su tutto. Una violenza assoluta, il grido della meccanica di precisione, della ingegneria, l’espressione libera del metallo che spuntava dalla carrozzeria. La sua ansia si concentrò tutta in quell’aria così chiara e decisa, come se ci fossero solo il suo stomaco e quella sferragliante macchina che gargarizzava le marce prima della curva, per partire poi veloce lungo il rettilineo sino a perdersi a tutti i sensi, alla vista come all’udito e all’olfatto. Perché anche l’odore si sentiva bene, stando attenti. Le macchine sono diventate poi due, con due rumori diversi. Due staccate diverse, un pilota un po’ prima e l’altro dopo, sino a sotto la curva, quasi dentro anzi.
Dal terrazzo sopra i box, riservato alla stampa, ma aperto per l’occasione a quel manipolo di esseri umani, si vedevano le colline della Romagna, con la Rocca di Montefiore e Gemmano. Il sole riscaldava. Dopo tre giri le auto rientravano sotto gli occhi dei presenti ormai tutti riuniti. Il motore veniva spento dai piloti mettendo il muso contro il muretto del box; i meccanici le rinculavano dentro, e nello spostarle con attenzione si sentiva un piccolo rumore, quasi di plastica o comunque di roba leggera, come se spingessero un passeggino ai giardini. L’odore delle gomme, dell’olio, della benzina, riempiva in un attimo l’aria di un sapore dolciastro. Le carrozzerie, con gli alettoni aerodinamici erano a disposizione dei meccanici e dei tecnici che lavoravano dentro. Guardò loro le mani, per vedere se operavano con i guanti o a mani nude, per verificare se erano sporche o lavate. C’erano di certo i tubi degli scarichi dei motori, i pezzi di ricambio, valvole e dischi dei freni. Quanti punti di sutura per un motore? Quale filo usare per saldare lo scarico? Ecco una manutenzione, un tentativo di riparare e precisare. Quei motori aperti gli comunicavano con lo stomaco direttamente, come le ferite dei suoi ferri che da un po’ non si chiudevano. Avrebbe voluto anche piangere dentro quell’autodromo e sopra quella Minardi Formula Uno che gli stava sotto il naso.
Avrebbe voluto chiedere se anche per loro quel pomeriggio non era un giorno qualunque, ma uno di quegli adesivi da staccare e mettere sul frigorifero o nel diario. Intanto il padre con il giubbotto da moto prendeva i tempi e li comunicava al suo piccolo. La coppia di ferraristi aveva smesso di contare i “pezzi”. “Alle diciassette smettono”, è stato detto.
venerdì, novembre 12, 2004
RADIO TRE MONDO: “BUSH O KERRY?”
Non c’è traffico e posso guidare con un po’ di distrazione. Giro la testa di lato per guardare le case, a quest’ora nessuno ha mai fretta, la mattina è già cominciata per chi doveva, sono le nove e quaranta. Lo si capisce osservando le auto ferme ai distributori, ci sono signore piuttosto tranquille, oppure uomini che si preparano all’idea di un piccolo trasferimento verso un impegno per pranzo.
Ieri ho conosciuto Valeria. Il mare di Pesaro sembrava appeso come un quadro alle pareti, dietro agli sbilenchi e provvisori edifici degli stabilimenti balneari chiusi. Piccoli chioschi con le tavole di traverso, per lo più bianche, a chiudere l’accesso alla spiaggia, fino a occultare la vista del mare, a stabilire un fortilizio simbolico, fragile e inutile. La pioggia e il freddo facevano sorgere il desiderio di andare oltre, di verificare le conseguenze del nubifragio direttamente sulla sabbia, sulla parte calpestabile e dunque terrestre. Gli sbarramenti dei bagnini inducono un sentimento di provvisorietà, di libertà vigilata. Quasi che avessero il possesso della via e del parcheggio.
Per il convegno di questi giorni ci siamo spostati dalla sede in un Hotel del lungomare, con una sala più capiente e funzionale. Durante le pause ci viene servito nel bar comunicante un buffet di caffetteria. Ho ascoltato per caso la ragazza addetta alla sala che canticchiava una specie di canzonetta, un ritornello non banale, quasi colto, e soprattutto non sconosciuto. – Scusi, ma, questo motivo, l’ho sentito, non è mica la sigla di un programma della tv? – Della radio. Ascolto ogni mattina la trasmissione con questo piccola radioauricolare, per la tesi in politica internazionale. Mi fa. – Ah, certo che sì, Radiotre Mondo, con Paolo Franchi, alle dieci del mattino. Questa mattina Bush e Kerry, lei con chi sta? – Per me è quasi indifferente. – Per voi donne spesso non fa differenza. Io sono per Kerry! – Non mi dica che ci crede davvero? Però lei ha un po’ l’aspetto di quello che ci crede, in generale lei crede, partecipa, forse ha la pressione troppo bassa per avere anche passione, ma ci crede. – Se non fossimo nel mezzo di un bar la inviterei a continuare davanti a un caffè. – Sono tre giorni che sono qui e nemmeno ricordo di averla vista, poi salta fuori questa sigla radiofonica e lei si incuriosisce tanto da chiedermi che motivo è. Lo ha fatto per un moto interno, tutto suo, lo stesso che ha portato me a canticchiarla, lo stesso difetto di separazione di sé dalla propria funzione, la stessa fatica di restare qui in silenzio a bere o versare caffè. Dovrebbe imparare a nascondere la sua emotività se non vuole che risulti ferita, offesa al primo sussulto della realtà. Chi le dice che accetterei? – Forse solo per curiosità o per il bisogno di bere acqua, magari soffre di reni come me. Oppure perché le piace la mia cravatta. Oppure…. – Oppure? – Per un difetto di sensibilità. – La sua dolcezza è pericolosa, soprattutto per lei, non ne ha consapevolezza, non saprebbe deliberatamente compiere né il male e né il bene, le circostanze tendono a dominarla. – Do il meglio di me seduto sul divano con i giornali da leggere, divento lucido e ludico. Lei dovrebbe provare a fermarsi in qualche pomeriggio d’estate ad ascoltare il silenzio di una casa, smetterebbe di credere anche a quel principio d’azione, a quella permanente inquietudine che lei scambia per vitalità. Smetterebbe di credere anche alla sua volontà, non solo a Kerry.
Ci siamo dati appuntamento dopo il pranzo. Non credevo che venisse, e invece si è presentata puntuale dentro il pomeriggio, senza svogliatezza ma con rispetto per sé, me e il centro della città. “Raccontami chi sei senza dire niente, dimmelo senza pensare a niente, per libere associazioni con le vetrine e i passanti. Sii leggera come provo ad esserlo io, che ti sto accanto convinto che non ci sei, che non esisti, stammi oggi vicino così, che se ti sfioro per caso la mano per prendere la fetta di limone allora mi accorgo che esisto anch’io, dentro il tè verde”. “Questo lato della piazza non mi piace poi tanto, ma mi fai ridere davvero, sei troppo buffo, cancella quel pensiero triste che ogni tanto ti compare dentro la testa, fammi vedere gli occhi che ridono, sforzati di essere leggero come me, che ti sto accanto senza conoscerti, che non so fermarmi su niente, che domani dovrò lasciare questo posto che diventerà subito uguale a tutti gli altri non appena salirò sul treno, ad affumicarmi i vestiti, te l’ho detto che devo partire, te l’ho fatto capire e ti ho detto anche l’ora, fatti trovare almeno una volta, dopo questa pizza fredda vicino a questa palla rotonda”. “Questa notte non dormire, guarda piuttosto la luce della strada. Ma fai finta di partire, pensa al biglietto, preparati all’idea della stazione, e io passerò e ti prenderò la valigia nella mia auto, e ti porterò a mangiare il pesce. Ma non te lo posso chiedere e non te lo posso dichiarare, ti posso solo indovinare, e trovarti sul marciapiede che guardi indietro se nel parcheggio c’è una Lancia blu, che mi aspetti, che aspetti solo me dentro la mattina e non il treno”.
Posso guidare piano e non c’è traffico, vedo le case della pianura romagnola. C’è una fila ingiustificata in questo punto, sono le dieci e devo sbrigarmi, accendo la radio, ancora Bush e Kerry a Radio Tre, anche lei ascolterà. La fila è però eccessiva, il traffico è bloccato, c’è una gara ciclistica e passano ora tutte le categorie in gara, le donne, i giovanissimi, gli esordienti, i dilettanti. Sto perdendo tutto. Chiamo il numero verde di Radi Tre mondo, intervengo in trasmissione, mi chiedono la domanda che voglio porre e dico che mi interessa approfondire il conflitto tra laicismo e fondamentalismo religioso cristiano. Ci sono, mi mandano in diretta, dico a Franchi di lasciarmi un momento dopo la domanda, dico semplicemente “Valeria aspettami!”.
Relazione tecnica del Signor Livio Pensalfini, operatore della Valmontina Impianti : “Il ripetitore Rai di Pesaro centro è stato lesionato dai “terroristi ecologisti uniti”, dalle ore dieci alle ore undici e trenta del mattino è saltato il ponte per le diffusioni radio. Riparato alle ore dodici”.domenica, ottobre 17, 2004
CUNEGO, BASSO E LE FOGLIE MORTE
Ma che fatica stare dietro ad Ivan Basso tutto il tempo della salita. Il Ghisallo è la misura di ogni Giro di Lombardia, si passa in fila davanti al santuario della Madonna dei ciclisti, che ha ricevuto le preghiere di Bartali e la maglia di Coppi. C’è una stele qui fuori per Gino. Mi vuole staccare proprio adesso, se ne vuole andare con quell’olandese, in questo sabato di ottobre. Un sabato pomeriggio da passare al caldo in qualche in bar, dopo avere passeggiato in una cittadina di mare, per le strade grigie e con gli alberghi e due stelle chiusi. A Como ci aspettano per il finale, e chissà, forse andrebbero bene anche due passi a fianco del lago, con l’aria che appena arrossa le gote. Ma Basso oggi non ragiona così, vuole vincere e vuole scappare. Anche sul Civiglio, la salita dopo il Ghisallo, ci ha riprovato magari con lo spagnolo questa volta.
Sono curioso di entrare in un caffè di Como a vedere le ragazze, così ho attaccato in discesa, lo sanno che lì sono spericolato. Oggi è l’ultima corsa dell’anno e si potrebbe anche andare più tranquilli, non credi Ivan? Non ti piacerebbe una cioccolata calda o un tè verde alla menta? Oggi si chiude l’anno, in questa corsa che si chiama come una poesia francese, “la classica delle foglie morte”.
Ivan ci riprovi ancora sul San Fermo, e io adesso ti devo concedere dei metri, io adesso non ti vedo più mentre la strada sale. Ti è venuta voglia di abbracciare tua moglie al traguardo, del resto sei chilometri sono un niente. Allora vai pure sino in fondo e staccati di dosso tutti gli altri, allontanali come un male minaccioso, un maligno incombente. Recidi la salita e la strada con un buon ritmo: Ivan, fai in modo che la discesa non mi porti da te, lasciameli incontrare uno ad uno, lo spagnolo e l’olandese e l’australiano, mentre tu sei già al bar a bere con tua moglie che avrà un bell’impermeabile chiaro.
Ci sono le giacche a vento di qualche bambino in cima a questa strada che ora finalmente scende. Siete passati da poco, vi sento nell’aria insieme al fumo delle caldaie che riprendono oggi a funzionare negli appartamenti. Vi vedo adesso che mancano quattro chilometri, che per noi, che ne abbiamo già fatti duecentotrenta, non sono niente. Ivan vi ho ripreso e voglio vincere io, ho la spinta della discesa fatta più velocemente di voi. Ivan ti voglio staccare e ti devo battere allo sprint, solo una bicicletta prima di te. Ci vediamo al bar.